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La leggenda di Colapesce



Cola o Nicola è di Messina ed è figlio di un pescatore di Punta Faro. Cola ha la grande passione per il mare. Amante anche dei pesci, ributta in mare tutti quelli che il padre pesca in modo da permettere loro di vivere. Maledetto dalla madre esasperata dal suo comportamento, Cola si trasforma in pesce. Il ragazzo, che cambia il suo nome in Colapesce, vive sempre di più in mare e le rare volte che ritorna in terra racconta le meraviglie che vede. Diventa un bravo informatore per i marinai che gli chiedono notizie per evitare le burrasche ed anche un buon corriere visto che riesce a nuotare molto bene. Fu nominato palombaro dal capitano di Messina. La sua fama aumenta di giorno in giorno ed anche il Re di Sicilia Federico II lo vuole conoscere e sperimentarne le capacità. Al loro incontro, il Re getta una coppa d’oro in mare e chiede al ragazzo di riportargliela. Al ritorno Colapesce gli racconta il paesaggio marino che ha visto ed il Re gli regala la coppa. Il Re decide di buttare in mare la sua corona ed il ragazzo impiega due giorni e due notti per trovarla. Al suo ritorno egli racconta al Re d’aver visto che la Sicilia poggia su tre colonne, una solidissima, la seconda danneggiata e la terza scricchiolante a causa di un fuoco magico che non si spegneva. La curiosità del Re aumenta ancora e decide di buttare in acqua un anello per poi chiedere al ragazzo di riportarglielo. Colapesce è titubante, ma decide ugualmente di buttarsi in acqua dicendo alle persone che avessero visto risalire a galla delle lenticchie e l’anello, lui non sarebbe più risalito. Dopo diversi giorni le lenticchie e l’anello che bruciava risalirono a galla ma non il ragazzo, ed il Re capì che il fuoco magico esisteva davvero e che Colapesce era rimasto in fondo al mare per sostenere la colonna corrosa.

Fonte: qui

Le Sirene



Mentre tante divinità inferiori del mare, create in parte dalla fantasia dei nostri padri antichi, sono dimenticate dal popolo, che non sa più dire cosa alcuna delle Oceanidi belle e delle figlie gentili di Nereo, il ricordo delle sirene è indimenticabile fra gli abitanti di molte spiagge nostre meridionali; e si potrebbe affermare che fra le leggende marinaresche quelle che dicono del fortissimo nuotatore ColaPesce e delle sirene siano le più popolari in certe regioni d'Italia. 
E forse quando i pescatori di Napoli, della Calabria e della Sicilia vanno di notte sul mare nelle barchette brune, e dicono la canzone dell'amore o quella del dolore, il suon dell'arpe d'oro si accompagna al loro canto col mormorio delle onde; bianche figure splendenti si mostrano sull'acqua che trema, ed al pari dei loro padri antichi essi odono altri canti armoniosi che promettono l'amore e la felicità.
Le sirene non si dilettarono solo nel trarre a perdizione i marinai colle promesse ingannevoli e con l’armonia delle voci divine; ma spesso presero parte ad azioni diverse che si svolgono in molte leggende e novelline popolari.
In uno dei racconti più antichi del mondo, che forse dilettò parecchi Faraoni egiziani, si narrano le strane avventure del Principe Predestinato; sulle nostre spiagge del mare Jonio si dice invece, in una leggenda marinaresca, del Principe Nato e non veduto, vittima delle sirene.

Questa leggenda così diversa nella conclusione da quella del Principe Predestinato, figlio di qualche antico Faraone, che giunge a trionfare del fato, il quale lo vuole ucciso da un serpente, da un coccodrillo o da un cane, è assai notevole, perché avviene di trovare in essa una strana confusione delle sirene colle fate e colle streghe, che hanno facoltà di mutarsi in gatti, secondo le credenze popolari di molte genti.
Fra le leggende popolari che dilettano i Lapponi a tanta distanza dal nostro cielo azzurro e dall'incanto delle nostre marine, ritrovai con qualche variante la leggenda calabrese di Bíancofíore e quella della bella fanciulla di terra d'Otranto sposata dal re; e forse quando le donne dei nostri pescatori, riunite nelle casette presso le spiagge o sedute sull'arena al bel sole d'Italia, raccontano ai figlioletti le avventure delle fanciulle raccolte in mare dalle sirene, altre donne verso il Polo ripetono in lingua tanto diversa, nelle capanne coperte di ghiaccio e sulle sponde desolate dell'Oceano glaciale lo stesso racconto, in cui la strana figura di Attjis-ene, malvagia donna del mare, fa le veci delle nostre sirene. In questa leggenda dei Lapponi la fanciulla si muta in anitra e questa è una variante della nostra leggenda calabrese sullo stesso argomento, in cui le oche scoprono l'inganno allo sposo di Biancofiore.
Secondo certe tradizioni siciliane note nella contea di Modica, la sirena non ha la solita perfidia, e pare che si assomigli alquanto a certe nordiche figure di sirene, che avvertono i marinai dei pericoli ai quali vanno incontro. Questa sirena siciliana vive nel fondo del mare, in una grotta di brillanti, di perle e di calamita, e solo una volta all'anno lascia la sua splendida dimora, quando ricorre la festa di San Paolo, dal 24 al 25 gennaio.
Ella s'avvicina alla spiaggia e si dà a cantare tutta la notte, profetizzando di avvenimenti che succederanno entro l'anno, e predicendo l'avvenire a coloro che l'ascoltano. 
Pare che vi sia a questo proposito una certa somiglianza fra la sirena siciliana e una ninfa o sirena dell'Edda scandinava, conosciuta certamente dai Normanni, che si chiamava Skulda e prediceva l'avvenire, mentre una sua compagna, Urda, conosceva il passato e Veranda il presente. Anche Glauco, secondo la credenza dei Greci, dopo aver mangiato l'erba che lo fece compagno degli altri dei del mare, appariva una volta all'anno sulle coste profetizzando.
La sirena di Modica fa pure sentire il suo canto quando nasce un bambino sventurato, o, secondo altre canzoni, è molto perfida, ride quando uccide, e per combattere contro di essa bisogna aver molta forza e grande coraggio.
Certe leggende siciliane dicono che la sirena abita nel Faro di Messina. Altri narra che due sirene bellissime e perfide chiamate Scilla e Cariddi dimoravano nel Faro e traevano le navi a perdizione. 
Un gigante affermò che le avrebbe prese entrambe; si fece legare ad una fune, si gettò nel mare, giunse al fondo, afferrò le malefiche sirene che portò a terra e consegnò al popolo.

Non sappiamo se queste perfide figlie del mare, trasformazioni di mostri orribili, che atterrivano gli antichi marinai del Mediterraneo, venissero uccise sulla spiaggia, ma è certo che le sirene, potevano non solo essere mutate in rupi, ma anche morire, poiché Partenope mori e fu sepolta, ed anche la bella ninfa o sirena Amalfi fu sepolta sopra una spiaggia alla quale dette il suo nome.

fonte: qui

La leggenda dell'Olandese Volante



Capo di Buona Speranza. Tempesta. Venti fortissimi. Onde alte come palazzi. Un capitano olandese, tale Willem Van der Decken, vuole comunque attraversare la tempesta e doppiare il Capo. Per questo è pronto a tutto, anche a stringere un patto col diavolo. Invoca il nome del Maligno e gli promette la propria anima, pur di superare la tempesta. Ma il vascello si spezza in due tronconi e affonda, trascinando con sé il capitano e l'intero equipaggio. La Morte stessa rifiuta l'anima di Van der Decken, che, da solo, si mette al timone del relitto del vascello avvolto in una spettrale e funerea bruma e comincia a navigare in eterno.

Questa è solo una delle tante versione della "Leggenda dell'Olandese Volante".
L’Olandese Volante è probabilmente la più famosa nave fantasma della storia. Di presunte navi fantasma che avrebbero solcato o solcherebbero ancora i sette mari ce ne sono a centinaia; l'Olandese Volante, però, si porta dietro resoconti scritti e persino la testimonianza di un sovrano, re Giorgio V. Ancora oggi c’è chi dice di aver intravisto il relitto dell'Olandese Volante navigare lungo le coste del Capo di Buona Speranza.
Un'altra versione della leggenda narra del capitano olandese Barent Fokke e del suo vascello, il Libera Nos. Mentrea le altre navi impiegavano oltre 6 mesi a raggiungere l’isola di Giava dall’Olanda, la Libera Nos ci riusciva in soli 90 giorni. I marinai a servizio di Fokke mormoravano di un patto con il diavolo stretto dal capitano, patto che gli permetteva di procedere a vele spiegante anche in mezzo alle tempeste. Il patto stretto con il maligno esigeva come contropartita la sua anima e fu così che, dopo 50 anni di viaggi per mare, la Libera Nos affondò per risorgere come nave fantasma. Al timone, l’anima dannata di Fokke, costretta a navigare in eterno sui Sette Mari fino alla fine dei tempi. Da quel giorno chiunque incontri il relitto dell’Olandese Volante si fa il segno della croce perché sa bene che su di esso c’è una ciurma di dannati e la vista del vascello porta sfortuna a chi naviga.

Fino a qui, nulla di strano. Leggenda affascinante, ma come tante altre. La cosa particolare è che gli avvistamenti dell'Olandese Volante sarebbero continuati, persino nel Novecento: nel 1943 venne avvistato a est di Suez e l’ammiraglio Karl Donitz scrisse sul diario di bordo che, dopo quella visione terrificante, i suoi uomini dicevano di preferire lo scontro diretto con una nave nemica piuttosto che dover avere un secondo incontro con la nave fantasma.

Sul sito Paranormale.com si parla di altri due avvistamenti "recenti":
Il 29 febbraio 1857 i marinai della nave Joseph Somers solcavano il mare al largo di Tristan da Cunha (nell’Atlantico meridionale) in una giornata particolarmente nebbiosa. Tutti furono testimoni di una nave dallo scafo nero che apparve dal banco di nebbia a prua e a vele spiegate tagliò la scia della loro nave. Nel passare a distanza ravvicinata il capitano e l’equipaggio videro chiaramente il comandante del vascello fantasma al timone, con gli occhi come carboni ardenti e una lunga capigliatura grigia svolazzante al vento. Quel giorno la stiva della Joseph Somers prese fuoco e tra le fiamme e la confusione i marinai udirono distintamente una risata spettrale attraverso la nebbia mentre il vascello spariva alla loro vista.
L’11 luglio del 1881 la nave Bacchante della marina reale inglese era in missione a largo del Sudafrica. Dal giornale di bordo del capitano risulta che durante la notte il famigerato vascello fantasma affiorò dalle acque e incrociò la Bacchante a prua. L’Olandese Volante appariva avvolto da un’inquietante luce rossastra che permettevano di vedere chiaramente gli alberi, i pennoni e le vele spiegate. La vedetta svegliò tutto l’equipaggio affinchè vedessero anche loro ciò che vedeva lui: era una nave molto antica, con lo scavo in più punti sfondato e per questo era impossibile che galleggiasse ancora; al timone non c’era nessuno e nessuno si intravedeva sopra coperta. Era solo un relitto abbandonato ed eroso dal tempo. Incredibilmente la mattina dopo il marinaio di vedetta quella notte venne trovato morto e alcuni giorni dopo anche il comandante morì in seguito ad un malore.

E' stata avanzata persino una spiegazione scientifica sul fenomeno, che incollo da wikipedia:
La nascita della leggenda di una nave fantasma che solca i mari potrebbe essere dovuta ad un fenomeno di illusione ottica. È possibile infatti che essa si riferisca alla rifrazione dei raggi solari dovuta alla diversa temperatura dell'aria che, in prossimità del pelo d'acqua, è più fredda rispetto a quella sovrastante (la stessa cosa accade, ma all'inverso, nelle giornate estive su strade asfaltate o luoghi caldi e assolati): si tratta di un miraggio spesso citato anche con il nome di fata morgana. In queste condizioni un oggetto posto al di là dell'orizzonte può comunque essere visibile, in quanto la rifrazione dovuta all'inversione del gradiente termico fa incurvare verso il basso la traiettoria dei raggi luminosi provenienti da oltre l'orizzonte: in questo modo si vedrebbe infatti la nave fantasma, ossia il riflesso di una nave reale, posta al di là dell'orizzonte di osservazione.
Una leggenda simile a quella dell'Olandese Volante fa parte della tradizione dell'isola cilena di Chiloé: ne è protagonista il Caleuche, una nave fantasma che naviga la notte nei dintorni dell'isola. Altro fantasma dei mari del Sud è "Ladylips", un fantasma apportatore di malasorte che appare nel Pacifico, privo della mascella inferiore, generalmente in un'area compresa tra lo Stretto di Magellano, Capo Horn ed il Canale di Beagle. Si manifesta solo durante violenti temporali, solo, al timone del suo veliero, il "Ville de Paris" (vascello realmente esistito ed andato perduto nel 1782) ed in luoghi inaccessibili ad un essere vivente. È riconoscibile, oltre che per la mascella mancante, anche per il volto bianchissimo, cadaverico, e per il caratteristico odore di pesce morto che sembra accompagnarlo.


La Rosa dei Venti

La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il Maestrale
urla e biancheggia il mar...

Quando Carducci scrisse questi celeberrimi versi, la Rosa dei Venti era già conosciutissima da milioni di persone. Secondo la leggenda, furono i marinai maltesi a "crearla", o meglio a nominare i venti in base ai punti da dove provenivano. Ai classici quattro punti (Nord, Est, Sud, Ovest), i marinai maltesi ne aggiunsero altri quattro, quelli "di mezzo": Nord-Est (NE); Sud-Est (SE); Sud-Ovest (SW); e infine Nord-Ovest (NW). Così facendo, la Rosa dei Venti assunse la connotazione attualmente più nota, coi nomi dei venti maggiormente utilizzati anche in meteorologia:



Tramontana
Se siamo a Malta, il vento gelido che passa tra i monti del Nord e scende verso Sud è la Tramontana. Essa può presentarsi sia con cielo sereno, sia con cielo particolarmente nuvoloso. In quest'ultimo caso si parla di "tramontana scura" e spesso origina copiose piogge. Il detto ligure "tramuntan-na scüa, ægua següa" ("tramontana scura, pioggia sicura") deriverebbe proprio da questa tradizione. Secondo altre fonti, il termine Tramontana deriverebbe dal paese di Tramonti, a nord della repubblica marinara di Amalfi, da cui spirava questo gelido vento. In tutti i casi, comunque, la locuzione "perdere la tramontana" significa smarrirsi, perdere l'orientamento.

Grecale
A Nord-Est dell'isola di Malta c'è la Grecia. Per questo motivo, il vento che proviene da NE è chiamato Grecale. Freddo e secco in inverno, brezza tiepida in estate, questo vento era chiamato da Dante Alighiera Schiavo, forse perché proveniva dall'area istro-dalmata sotto il controllo della Repubblica di Venezia, che veniva chiamata appunto Schiavonia.

Levante
Da dove si leva il Sole? Da Est! Ragion per cui, il vento proveniente da Est si chiama Levante. È un vento fresco e umido, portatore di nebbia e precipitazioni. Sopra la Baia e la Rocca di Gibilterra causa particolari formazioni nuvolose che generano mare agitato e trombe marine. Il Levante soffia molto spesso fra luglio e ottobre. D'inverno, è spesso accompagnato da piogge forti.

Scirocco
Pare che i Maltesi abbiano "scopiazzato" il nome scirocco, coniato originariamente dai marinai di Zante, l'isola greca al cui sud-est si trova la Siria, la terra da cui proviene appunto lo Scirocco. Chiamato Jugo in Croazia, Ghibli in Libia e Marin in Francia, questo vento caldo e umido soffia più di frequente in primavera ed autunno raggiungendo un massimo nei mesi di marzo e novembre. Solitamente soffia a terzine: di tre giorni in tre giorni. Quasi mai soffia un giorno solo. Lo scirocco secca l'aria ed alza la polvere sulle coste del Nordafrica, provoca tempeste sul mediterraneo e tempo caldo ed umido sull'Europa. "Quanno chiove scirocco, chiove arena" (Quando piove con lo scirocco, piove sabbia), dicevano i pescatori puteolani. 

Ostro
Dal latino Auster (vento australe), Ostro è il nome del vento che spira da sud; per questo motivo, è anche detto Mezzogiorno. E' un vento caldo e umido portatore di piogge, talvolta confuso con lo Scirocco.

Libeccio
Se siamo a Malta e guardiamo verso Sud-Ovest, incontreremo quel vasto territorio magrebino che una volta era conosciuto col nome di "Libia" e che comprende anche Tunisia e Algeria. Ragion per cui, il vento caldo proveniente da SW viene chiamato Libeccio. In alcune zone dell'Adriatico, viene chiamato Garbino, termine che deriva dall'arabo Gharbī, che significa "occidentale". Anche il Libeccio, come lo Scirocco, porta con sé la polvere: in questo caso, proveniente dal deserto del Sahara. E' probabilmente il vento più caldo che investe il Meridione d'Italia, in particolare nella zona adriatica.

Ponente
Come il Levante è il vento che proviene da dove albeggia il Sole, così il Ponente è il vento proveniente da dove il Sole tramonta. Conosciuto anche coi nomi di Zefiro o Espero, il Ponente è un vento "portafortuna": quando arriva lui, vuol dire che le perturbazioni stanno andando via e sta arrivando il beltempo. Da ciò deriva il proverbio marinaresco: "Ponènte, case di pescator contènte". A Roma e in Toscana, quel venticello ristoratore che spira nelle caldi estati è detto Ponentino.

Maestrale
Se siamo a Malta e guardiamo verso Nord-Ovest, il nostro ipotetico sguardo raggiungerà Roma, Magistra Mundi, la Maestra del Mondo. Da ciò deriverebbe il nome Maestrale. Questo vento freddo si genera quando correnti di aria polare o artica irrompono nel Mar Mediterraneo occidentale dalle coste della Provenza. I periodi di Maestrale hanno una durata molto variabile, da meno di 24 ore a fino 4-5 giorni di seguito. Questi lunghi periodi ventosi portano spesso i mari alla tempesta, con violente mareggiate sulle coste occidentali e settentrionali della Sardegna e tirreniche della Calabria e della Sicilia.

Capo Horn e l'orecchino d'oro



Oggi raccontiamo la storia di un promontorio leggendario e di una antica tradizione, sopravvissuta alle modernità dei tempi e tuttora in auge. Si tratta di Capo Horn, il lembo di terra che separa l'Atlantico e il Pacifico nel punto più a sud del continente americano. E di un orecchino d'oro.
In terra cilena, Capo Horn (55°58’28” Sud 67°16’20” Ovest) è uno sperone di roccia che segna la fine della Terra del fuoco, e con essa del continente americano. Si alza al cielo a 424 metri dal suolo dell’isla Hornos, la più occidentale del gruppo delle Hermite.
Capo Horn è diventato presto l'emblema del marinaio leggendario, capace di sfidare le onde impetuose e i gelidi venti di questa zona del pianeta. Chi doppiava Capo Horn dal Pacifico all'Atlantico, lo faceva col vento a favore; chi lo doppiava in senso contrario, lo faceva addirittura coi venti contrari. Una vera impresa, tanto è vero che chi vi riusciva poteva fregiarsi di un orecchino d'oro sul lobo destro (perché Capo Horn sta alla nostra destra se lo doppiamo controvento).
Sulla tradizione dell'orecchino non si è tutti concordi: alcuni cape hornier, cioè coloro che hanno doppiato il capo, lo hanno indossato anche sul lobo sinistro nel caso in cui lo avessero doppiato coi venti a favore, e quindi tenendo Capo Horn sulla sinistra. I cape hornier più puri, invece, ritengono che dell'orecchino possano fregiarsi solo coloro che doppiano il capo controvento, e quindi che il pendaglio possa essere indossato solo al lobo destro. Sempre i puristi ritenevano che il titolo di cap hornier spettasse in realtà solo ai comandanti, detti albatross; ufficiali e marinai erano invece mallyhawk.
Al giorno d'oggi, queste distinzioni tra puristi e non forse hanno perso valore: doppiare Capo Horn è talmente bello, affascinante, faticoso, romantico e, se vogliamo, antimoderno, che anche se lo si supera da Ovest a Est è giusto poter indossare l'orecchino d'oro. L'importante è mantenere la distinzione sul lobo, così da identificare la modalità del doppiaggio.

Ma perché questo dannato Capo Horn è così leggendario?
Sicuramente perché superarlo era davvero difficile e faticoso: in media ci volevano 35-40 giorni, ma il veliero tedesco Susanna nel 1905 ci impiegò 90 giorni. Il nome stesso, Capo Horn, è legato al doppiaggio di questo punto. I primi a superarlo furono nel 1616 il mercante-navigatore Jacob Le Maire (figlio di Isaac, uno dei fondatori della Compagnia olandese delle Indie Occidentali e finanziatore della spedizione) e il capitano Willem Cornelius Schouten. Essi salparono dai Paesi Bassi con due navi: la Hoorn, il nome della città di Schouten, che andrà distrutta, e la Eendracht, con la quale doppiarono lo Scoglio il 29 gennaio 1616. Schouten volle battezzarlo Kaap Hoorn, come la nave perduta e le sue radici. 
Secondo lo storico John Lyman calcola che tra il 1850 e il 1920 avrebbero doppiato il Capo diecimila navi e che 800 non ce l’avrebbero fatta, naufragandovi con un pegno di quasi diecimila anime. Da ciò nacque il nome di Rota de la Muerte, la rotta della morte, per identificare i velieri che dal New England volevano raggiungere la California, scaricare emigranti e merci e caricare oro.


La tradizione dei tatuaggi dispari



Il mondo dei marinai e il mondo dei tatuaggi si sono incrociati oltre tre secoli fa: fu il capitano James Cook ad incontrare sull'isola di Tahiti i primi esseri umani tatuati. In Europa, i tatuaggi non esistevano. I vichinghi e i celti erano soliti dipingersi e marchiarsi varie parti del corpo, ma definirli "tatuaggi" è forse eccessivo. La stessa parola, Tatuaggio, deriva dal tahitiano Tatau (Cook scrisse "tattaw", da cui l'inglese "tattoo"), che indicava il rumore dei bastoncini che venivano usati per bucare la pelle e, successivamente, inoculare il colore.
Dopo James Cook, innumerevoli uomini di mare hanno avuto a che fare col mondo dei tatuaggi. Ben presto, i marinai stessi cominciarono a tatuarsi. Ad esempio, fu proprio grazie ai loro tatuaggi che gli ammutinati del Bounty furono scoperti e condannati. Per non parlare della cosiddetta "Old school" del tatuaggio, che si rifà proprio allo stile e ai colori dei tatuaggi dei marinai di inizio Novecento.
Una delle leggende, anche se sarebbe più corretto parlare di superstizioni, più antiche riguarda il fatto che bisogna sempre avere sul corpo un numero dispari di tatuaggi. Anche questa storia è di derivazione marinaresca: il marinaio che prendeva per la prima volta il mare, si tatuava nel porto di partenza; arrivato a destinazione, si tatuava nel porto d'arrivo; quando poi tornava a casa, si faceva un terzo tatuaggio. Se dopo quel viaggio avesse intrapreso altri viaggi, avrebbe continuato a tatuarsi nel porto di destinazione e poi nel porto di casa, in modo tale che i suoi tatuaggi sarebbero sempre rimasti dispari. Un marinaio morto con un numero pari di tatuaggi sul corpo avrebbe indicato che lo stesso era morto nel tentativo, non riuscito, di tornare a casa. Una morte "maledetta", quindi. Da ciò è nata la tradizione di avere sempre un numero dispari di tatuaggi sul proprio corpo, in modo da scongiurare la possibilità di "perdere la via di casa", consegnandosi ad un destino di eterno errante simile a quello dell'Olandese Volante (della cui leggenda parleremo prossimamente).

Proverbi dei Marinai



Di seguito, un elenco di proverbi marinareschi che, spesso, vanno bene anche per la vita di tutti i giorni:

A nave rotta ogni vento e’ contrario
Accerta il corso e poi spiega la vela
Al fare in mare, al tondo in terra.
Allor che il vento contro il sole gira, non ti fidar, perche’ torna forte e spira.
Arco di sera, buon tempo spera
Arco in mare, buon tempo vuol fare
Arcobaleno di sera, marinaro tranquillo. Arcobaleno di mattina marinaro all’erta.
Barca rotta, marinaio scapolo.
Barca, perdita cavalca.
Bisogna navigar secondo il vento
Chi casca in mare e non si bagna, paga la pena.
Chi detiene il controllo del mare ha il controllo dell’universo.
Chi discioglie la vela a piu’ di un vento, arriva spesso a porto di tormento
Chi dorme non piglia pesci
Chi e’ in mare naviga chi e’ in terra radica
Chi e’ oste o fornaio, e fa il barcaruolo, dato gli sia d’un mazzuolo.
Chi e’ padrone del mare, e’ padrone della terra
Chi ha da navigar guardi il tempo
Chi lavora mangia un’acciuga, chi non lavora, due.
Chi non ha navigato non sa che sia male.
Chi non ha sorte non vada a pescare.
Chi non sa nuotare non si butti a mare.
Chi non sa pregare vada in mare a navigare.
Chi non s’avventura, non ha ventura.
Chi non va per mar Dio non sa pregar.
Chi non va per mar Dio non sa pregar.
Chi pesca in fretta, spesso piglia dei granchi
Chi pesce vuol mangiare le brache s’ha a bagnare.
Chi scapita in mare, scapita in terra
Chi teme acqua e vento, non si metta in mare
Chiaro orizzonte a nord, sole calante, promessa di bel tempo al navigante.
Ciel senza nubi, pallide stelle, al marinaio dicon procelle.
Cielo a pecorelle, donna imbellettata non duran nemmeno una giornata
Cielo rosso di mattina, brutto tempo s’avvicina.
Del mar le pecorelle annunzian le procelle
Di’ bene del mare, ma resta a terra.
Donna iraconda mar senza sponda
Donna, fuoco e mare fanno l’uom pericolare.
Due capitani mandano la nave contro gli scogli.
E’ come l’ancora che sta sempre in mare e non impara mai a nuotare.
E’ come un pesce fuor d’acqua
E’ meglio pioggia e vento che non il mal tempo.
E ricorda che all’uomo dice Iddio: “Aiutati, che allor ti aiuto anch’io”.
Fa il bene e buttalo a mare: se non te lo riporta la gente, te lo riporta il pesce.
Giuramenti d’amore, giuramenti da marinaio
I pesci grossi stanno al fondo.
Il beccaio non ama il pescatore.
Il buon marinaio si conosce al mal tempo
Il mare e’ come il veleno, una volta entrato nel sangue, non esce piu’.
Il mare ha sempre vent’anni.
Il mare non parla per frasi, ma per versi.
Il mondo e’ come il mare: e vi s’affoga chi non sa nuotare.
Il polpo si cuoce con la sua stessa acqua.
Il sapere ha un piede in terra e l’altro in mare.
In acqua senza pesci non gettar rete.
In nave persa, tutti son piloti.
Invan si pesca, se l’uomo non ha l’esca.
La barca e’come una donna! Non si presta mai.
La bonaccia tempesta minaccia.
L’arte del marinaio, morire in mare; l’arte del mercante, fallire.
Lascia che l’onda passi e la marea s’abbassi.
Levante chiaro e tramontana scura, buttati in mare e non aver paura.
L’ospite e il pesce in tre giorni puzza.
Luna senta’, marinaio all’erta.
Meglio chiamar gli osti in terra che i santi in mare.
Meglio coda di gamberetto che coda di pescecane.
Meglio esser testa di luccio (o d’anguilla) che coda di storione.
Meglio essere proprietari di un guscio di noce che comandanti di una nave a vapore.
Montagna chiara e marina scura, sciogli le vele e non aver paura.
Nave genovese, mercante fiorentino.
Nave senza timon va presto al fondo.
Non giudicare la nave stando in terra.
Non incrociar la rotta ad un veliero se dubbio v’ha d’abbordo anco leggiero.
Non si vende il pesce ch’e ancor in mare.
Nubi ramate immote, ciel coperto, tempesta ti annunzian di certo.
Nuvola vagante, acqua non porta.
O pioggia o neve a mezzanotte avrai se a sera un cerchio alla luna avrai.
Ogni nave fa acqua; quale a mezzo, quale a proda, e quale in sentina.
Ognun sa navigar quando e’ buon vento .
Pallidezza del nocchiero, di burrasca segno vero .
Per la gola si pigliano i pesci.
Per mare non ci sono taverne .
Poca cima, poco marinaio.
Pochi sono gli uomini che possano dare del tu al Mare… Quei pochi non glielo danno.
Popolo marinaro, popolo libero.
Promesse di barcaiolo e incontro d’assassini, sempre costano quattrini.
Quando a pruavia alcun segnal tu avverta ferma, poi avanza adagio stando all’erta.
Quando le nubi ascendono dal mare non uscir di porto.
Risponda al rosso il rosso, al verde il verde, avanti pur, la nave non si perde.
Saltar dal trasto in sentina .
San Nicolo de Bari, la testa dei scolari e dei marinari.
Scienza, casa, virtu’ e mare – molto fan l’uomo avanzare.
Scirocco : oggi tiro domani scrocco.
Se a calma notte il mare brontola a riva, al largo, o marinar, la barca va giuliva.
Se alla sinistra il verde tu rilevi dritto alla via, che’ manovrar non devi.
Se il verde mostri mentre il rosso vedi, accosta sulla dritta e il passo cedi.
Se l’alba verde a te apparira’ da questo lato il vento arrivera’.
Se lampeggia, ma piu’ tuona, il vento vien da dove suona
Se l’iride si vede la mattina badate che il mal tempo s’avvicina
Se raggiungi in tua rotta nave in mare sei tu che per passar dei manovrare.
Se sulla rotta rosso e verde appare, mano al timone, a dritta tieni il mare.
Se v’e’ neve, foschia, o nebbia folta sii cauto e lento ed i segnali ascolta.
Secondo il vento, la vela
Senza esca non si pesca.
Serata rossa e grigia mattinata, indizi certi di bella giornata.
Sete, oto e nove l’acqua non si move, vinti, vintun e ventido’, l’acqua non va ne’ in su ne’ in gio’.
Stelle ingrandite e luminose assai annuncian cambiamento ai marinai.
Stelle moltissime in ciel filanti, di vento e pioggia son segni parlanti.
Stelle moltissime in ciel filanti, di vento e pioggia son segni parlanti.
Stelle troppo scintillanti, vento forte a te davanti.
Tramontana torba e scirocco chiaro, tienti all’erta, marinaro!
Tre cose fan l’uomo accorto: Lite, donna e porto.
Tu dagli eventi prenderai consiglio pronto e sicuro in subito periglio.
Un occhio al pesce e un altro alla gatta
Un pane dura cento miglia, e cento pani non durano un miglio.
Una volta bagnato con l’acqua salata, non ti asciughi piu’
Vecchia nave, ricchezza del padrone.
Vento da nord propizio al marinaro, se l’orizzonte scorgi netto e chiaro.
Vento in poppa, mezzo porto
Vento in poppa, vele al largo

Le superstizioni dei marinai



Ma i marinai sono superstiziosi? Proverbialmente sembra proprio di si e per menzionare tutte le loro superstizioni bisognerebbe scrivere un’enciclopedia. La storia della marineria è intrisa di riti scaramantici ancora oggi diffusi.

Stregonerie, esorcismi, rituali pagani e religiosi erano e sono il pane quotidiano di capitani e marinai sempre attenti a non sfidare le regole della fortuna e ingraziarsi, con riti propiziatori, la benevolenza degli elementi naturali. Di natura irrazionale, le superstizioni possono influire sul pensiero e sulla condotta di vita delle persone che le fanno proprie. Il credere che gli eventi futuri siano influenzati da particolari comportamenti, senza che vi sia una relazione casuale, vengono da molto lontano. La paura dell’ignoto e dell’immensità degli oceani ha generato sin dagli albori della navigazione una fitta serie di credenze. Per secoli miti e leggende sono stati tramandati a colmare col soprannaturale, quel vuoto che la razionalità ancora non riusciva a riempire. In Grecia, per esempio, si compivano sacrifici umani per assicurarsi il favore degli dei. Così Agamennone, re di Argo, fece immolare sua figlia Ifigenia per ottenere nuovi venti  per le navi che dovevano lasciare Troia. I vichinghi invece versavano il sangue degli schiavi sgozzati in segno di benedizione prima del varo di una nave o prima di intraprendere la navigazione. I miti e le leggende che si narravano intorno al mare e alle terribili creature che lo abitavano assunsero tinte ancora più fosche con il diffondersi del cristianesimo, quando a fare degli oceani campi di battaglia, non furono più dei capricciosi spiriti malvagi, ma santi e satanassi. Alle tempeste opera del diavolo venivano contrapposti ed invocati i santi (tutt’ora i marinai invocano per esempio Santa Barbara durante i forti temporali). Sempre durante il cristianesimo non si potevano mollare gli ormeggi il primo lunedì del mese di aprile perché coincideva con il giorno in cui Caino uccise Abele oppure il secondo lunedì di agosto era meglio restare in porto: in quel giorno Sodoma e Gomorra furono distrutte; partire poi il 31 dicembre era altrettanto di cattivo auspicio perché era il giorno in cui Giuda Iscariota si impiccò.

Gli agenti atmosferici come i “fuochi di Sant’Elmo” o come il passaggio di una cometa erano presagi buoni o cattivi a seconda dell’interpretazione che se ne dava; mentre una tromba d’aria in avvicinamento all’orizzonte poteva essere “tagliata” con una spada e deviata recitando una preghiera o una formula magica; le onde si placavano mettendo in mostra i seni nudi di una polena, o facendo scoccare in acqua dal più giovane dei marinai una freccia magica.

Anche gli animali non erano (…sono) immuni dai preconcetti scaramantici. Il gatto, malgrado ami poco il contatto dell’acqua, ha trovato un posto di tutto rispetto sui vascelli. La ragione della sua presenza a bordo si collega alla sua naturale propensione a scovare i roditori ed era anche ritenuto capace di prevedere eventi climatici: se soffiava significava che stava per piovere, se stava sdraiato sulla schiena c’era da aspettarsi una bonaccia, se era allegro e baldanzoso il vento stava per arrivare; se un gatto inoltre andava incontro un marinaio sul molo era segno di buona fortuna, se gli tagliava la strada il contrario (oggi per alcuni se un gatto nero ti attraversa la strada è presagio di brutte notizie); se si fermava a metà strada c’era da aspettarsi invece qualcosa di sgradevole. Si riteneva infine che i gatti potessero invocare una tempesta grazie al potere magico delle loro unghie. Per questa ragione a bordo si faceva sempre in modo che fossero ben nutriti e coccolati. Tra gli uccelli gabbiani e albatros erano l’incarnazione dei marinai morti in mare e portatori di tempeste. Peggio ancora se un cormorano si posava sul ponte di una nave e scuoteva le ali, guai a fargli del male si era posato per rubare l’anima di qualcuno e avrebbe significato naufragio sicuro. Così se tre uccelli si trovavano a volare sopra la nave in direzione della prua, l’equipaggio si disperava per l’imminente disgrazia da questi annunciata. Se uno squalo per esempio seguiva la scia di una nave era di cattivo auspicio perché si credeva fosse in grado di fiutare l’odore della morte. Diversamente i delfini e le rondini erano di buon augurio.

Ma le superstizioni colpiscono anche le persone e allora: “occhio, malocchio prezzemolo e finocchio” (come avrebbe recitato il principe De Curtis).

Gli avvocati (categoria particolarmente detestata dai marinai inglesi che li apostrofano spregevolmente squali di terra) e i preti (averli a bordo rappresentava una aperta sfida a Satana) portavano male (…avvocati, preti e polli non sono mai satolli). Stessa sorte per la donna averla in barca portava male (ora non si dice più, forse per la parità dei sessi). Secondo alcune tradizioni però una donna nuda, o incinta poteva placare anche la più terribile delle tempeste. Poi non ci poteva essere cosa peggiore, prima di salpare, di incontrare una persona con i capelli rossi, con gli occhi storti o con i piedi piatti (…rosso malpelo sprizza veleno). L’unica modo per salvarsi in questo caso era parlargli per prima.

C’erano e ci sono usanze che i marinai cercano assolutamente di evitare a bordo: indossare abiti di un altro marinaio, soprattutto se morto nel corso dello stesso viaggio; evitare di fare cadere fuori bordo un bugliolo o una scopa; imbarcare un ombrello, bagagli di colore nero, fiori e guardare alle proprie spalle quando si salpa); salire a bordo della nave con il piede sinistro; poggiare una bandiera sui pioli di una scala o ricucirla sul cassero di poppa (attualmente i marinai italiani nel ripiegare la bandiera lasciano il colore verde fuori in segno di speranza); lasciare le scarpe con la suola verso l’alto (presagio di nave capovolta); accendere una sigaretta da una candela (significava condannare un marinaio a morte); evitare il suono prodotto dallo sfregamento del bordo di un bicchiere o di una tazza; il rintocco della campana di bordo se non mossa dal rollio; pronunciare le parole: verde, maiale, uovo, tredici, coniglio; parlare di una nave affondata o di qualcuno morto annegato; indossare le magliette fornite dall’organizzazione di una regata; capi di abbigliamento nuovi; cambiare nome a una barca o battezzarla con un nome che finisce con la lettera “a”(in passato è stata sempre una eresia, soprattutto in Italia è ancora fonte di numerosi scrupoli. I francesi hanno risolto il problema cambiando il nome a ferragosto e mettendo in atto questo rituale: procedendo di bolina la barca deve compiere sei brevi virate e poi scendere in poppa piena tagliando in questo modo la sua stessa scia. In questo modo, secondo alcuni, si disegnerebbe un serpente che si morde la coda scongiurando la iella. Solo a questo punto la barca sarà pronta a un nuovo nome ) e tantissime altre superstizioni.

E’ invece di buon augurio per un marinaio avere un tatuaggio; lanciare un paio di scarpe fuori bordo immediatamente dopo il varo di una nave, indossare un orecchino d’oro (usanza antica che serviva a coprire le spese di sepoltura qualora il marinaio fosse deceduto); toccare il solino o la schiena di un marinaio; dipingere occhi sul moscone delle barche.

Oggi quando si vara una nave ci si limita a versare dello champagne sul ponte. Più raramente si lancia contro lo scafo l’intera bottiglia del prezioso vino: se questa si rompe è di buona sorte, altrimenti sono dolori.

Il pallino della superstizione di chi va per mare non accenna a svanire neppure oggi e, se non è superstizione, è certamente scaramanzia. E’ bene ricordare a tutti che qualunque marinaio prima di salpare, come nella vita di tutti i giorni, non accetta di buon grado gli “auguri” o i “buona fortuna”. Meglio porgergli in “bocca al lupo” o “in culo alla balena”.

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